Picasso torna a Roma, a cento anni dal suo ultimo viaggio in Italia

Pablo Picasso, Arlecchino allo specchio, 1923, Olio su tela, 100 x 81 cm. Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza © Succession Picasso, by SIAE 2017

ALLE SCUDERIE DEL QUIRINALE DAL 22 SETTEMBRE AL 21 GENNAIO

Roma – Picasso torna a Roma dopo quasi un secolo dal suo ultimo viaggio in Italia, ad incantare le Scuderie del Quirinale, con la sua arte di abile giocoliere di stili, capace di oscillare con meticolosa destrezza tra pensose bagnanti, contadini in costume ciociaro, nature morte e malinconici artisti di strada.

Nella stessa città dalle cui monumentali rovine, ma anche dalla vita frenetica che si respirava in via Margutta, era rimasto piacevolmente affascinato quando aveva ancora 36 anni – reduce già da quella rivoluzione cubista che lui stesso aveva guidato – si concludono le celebrazioni, inaugurate in primavera, dedicate al grand tour dell’artista spagnolo al seguito dell’amico Jean Cocteau tra Napoli e la Capitale, iniziato nel febbraio del 1917 e durato due mesi.

Il percorso espositivo che guida la mostra Picasso. Tra Cubismo e Classicismo 1915-1925 che apre al pubblico il 22 settembre, è un viaggio in crescendo attraverso oltre cento capolavori dell’artista, tra tele, gouaches, fotografie, disegni, lettere autografe e documenti diversi, attentamente selezionati dal curatore Olivier Berggruen con Annunciata von Liechtenstein.
E c’è davvero tanto dell’Italia in questo viaggio affascinante in dieci tappe tra arte e vita, in questo sentiero inedito dal realismo all’astrazione, a cui, come sottolinea Mario De Simoni, presidente e amministratore delegato di Ales spa, coproduttrice dell’esposizione, «si lavora dal 2015 e che si presenta come una delle più importanti mostre mai dedicate in Italia a Picasso». Alle opere romane e ai ritratti sono dedicate le prime due sale che ospitano opere di grandi dimensioni come Arlecchino e donna con collana, ma anche l’Italienne.

È nelle vesti dei personaggi della Commedia dell’Arte che Picasso ritrae persone a lui vicine, come il coreografo e ballerino Léonide Massine. E poi c’è il celebre Ritratto di Olga in poltrona – la ballerina russa conosciuta proprio a Roma mentre l’artista preparava i costumi e le scene per i Ballets Russes di Djaghilev – nel quale adotta una maniera da ripresa da Jean-Dominique Ingres, pur tuttavia scomponendo superficie e tessiture del dipinto in linea con le sue tendenze moderne.
Accanto ai ritratti di saltimbanchi, arlecchini, non mancano quelli di donne, come Donna seduta in camicia , mentre una magnetica Testa di Donna del 1921 chiude il percorso espositivo.

All’inizio degli anni Venti Picasso lasciò il neo-primitivismo per abbracciare il linguaggio delle emozioni depurate, espresse in mostra nella grande composizione intitolata Il flauto di Pan, la cui monumentalità ammicca a Poussin e all’arte classica romana. E c’è molto dei rilievi tardoromani e dei motivi etruschi nelle ieratiche figure di questo dipinto che racchiude due giovani dall’aria distaccata, apparentemente sospesi tra l’universo di Dioniso e quello di Apollo.

La Sala 6 è dedicata al motivo che spinse in Italia l’artista, coinvolto dal giovane Jean Cocteau nella produzione di Parade, un balletto ispirato a un suo poema che doveva essere messo in scena dai Ballets Russes di Sergej Djagilev.
In quegli anni tumultuosi, scossi dalla prima guerra mondiale, Picasso, nella quiete dello studio di via Margutta, disegnava le scene e i costumi per quello spettacolo d’avanguardia, affiancato da Fortunato Depero e Carlo Socrate, scenografi della Compagnia.
In mostra si incontrano anche i bozzetti per le scenografie e i fondali per il balletto Pulcinella, ispirato alla Commedia dell’Arte, su musiche di Igor Stravinskij.

La festosità degli spettacoli popolari nei quali Picasso amava immergersi lasciandosi rapire dall’atmosfera animata delle strade di Roma, ma anche i colori sgargianti delle cartoline turistiche, la commedia dell’arte, favorirono il ritorno a quelle radici mediterranee particolarmente evidenti in mostra.
Ma l’incontro con Roma fu soprattutto per l’artista, particolarmente ammirato per la sua produzione cubista, un’occasione per emanciparsi dai confini di qualsiasi stile o movimento e consolidare un idioma artistico personalissimo.
Sempre negli anni Venti Picasso, trascorrendo più volte l’estate sulla Riviera francese, ebbe modo di eseguire diversi studi di bagnanti, dee, ninfe e creature mitlogiche, le cui figure irrompono sulla tela con le loro generose curve, e con quella luce tipicamente mediterranea.
Le due donne che corrono sulla spiaggia, con i loro seni scoperti, scomposte nella loro atipica sensualità, che più che in una corsa sembrano intente in un’armonica danza, sprigionano una situazione artificiale, teatrale attraverso quella stessa insistenza retorica che si coglie in molti balletti di Djagjlev dell’epoca.

Ma è a Palazzo Barberini – dove nel salone affrescato da Pietro da Cortona è espostaParade, l’immensa tela lunga 17 metri e alta 11, dipinta dall’artista come sipario per il balletto ideato da Cocteau – che è possibile ammirare, fino al 21 gennaio, la vera apoteosi dell’impresa artistica del pittore. L’occasione è ghiotta, dal momento che, per via delle sue monumentali dimensioni, la tela, recentemente ospitata a Napoli al Museo di Capodimonte, è stata esposta solo in rare occasioni.

La mostra si avvale di ben 38 prestatori, tra i quali il Musée Picasso, Centre Pompidou di Parigi, il MoMa e il Guggenheim di New York, il Museo Tyssen di Madrid.
Un racconto possente e polifonico da gustarsi con calma, in quella Roma che tanto ispirò Picasso, con quella sua profonda sensualità nascosta.

SAMANTHA DE MARTIN

Articolo tratto da Arte.it

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