BIOGRAFIA

Leah Berliawsky nasce il 23 settembre del 1899 in Ucraina, a Pereyaslav, cittadina a sud-est di Kiev.

A causa della partenza del padre per gli Stati Uniti, a 5 anni smette di parlare per sei mesi e riprende quando, all’inizio del 1905, la famiglia si ricongiunge in America. Il suo nome viene cambiato in Louise. Durante l’adolescenza coltiva l’interesse per la cultura in generale grazie alla mentalità aperta del padre, che ritiene di dover dare a tutti i suoi figli, indipendentemente dal sesso, un’adeguata istruzione. Determinata sin da giovane a non sposarsi per dedicarsi interamente all’arte, a soli diciassette anni incontra Charles Nevelson, che chiede la sua mano. Accetta di sposarsi perché il matrimonio può garantirle la cittadinanza americana, stabilità economica e perché il fidanzato non si oppone al suo progetto di divenire un’artista. Nel 1920 i coniugi Nevelson si trasferiscono a New York. Nel 1922, da una gravidanza non voluta, nasce Myron Irvin Nevelson, poi detto Mike. Nel 1924 la coppia si trasferisce a Mount Vernon: la lontananza dall’ambiente newyorkese causa i primi dissidi di coppia. In questo periodo Louise si dedica a studi metafisici e di spiritualismo. Nel 1928 i coniugi tornano a Manhattan e Louise inizia a prendere lezioni da Hilla von Rebay, che le mostra le opere di Kandinsky e di Klee e la spinge a recarsi in Europa. Nell’ottobre 1931 visita Monaco, Vienna, Berlino, Salisburgo, Parigi, quindi l’Italia, dove ammira i lavori di Giotto. A Monaco e a Parigi vede quadri del periodo cubista, che rappresentano per lei una vera e propria rivelazione. Nel 1933 conosce e lavora con Diego Rivera e diventa amica della moglie, Frida Kalho. Nel 1935 insegna pittura murale e inizia a esporre in piccole gallerie del Greenwich Village. Dello stesso anno, la prima importante prova pubblica nell’esibizione annuale della Society of Indipendent Artists, organizzata dal Rockfeller  Center; la seconda è ancora una collettiva. La critica inizia ad accorgersi della sua presenza, ma nonostante i primi riconoscimenti, vende pochissimo e ciò è fonte di sconforto. Donna intelligente e molto bella, ma anche volubile e anticonformista, tra alti e bassi di umore, Louise è incostante nelle amicizie, non aderisce a nessun gruppo artistico ed è sempre concentrata su se stessa. La necessità di una vita libera da legami, alcune avventure sentimentali e gli incoraggiamenti di maestri e amici a dedicarsi interamente all’arte, la distaccano dal marito da cui divorzierà nel 1941. La sua stravaganza e il suo carattere contribuiscono a determinare un giudizio negativo sulla sua persona che si riflette sul suo lavoro, escluso da rassegne artistiche e non compreso. All’inizio degli anni ’40 New York è piena di artisti in fuga dalla guerra europea e la Nevelson ne conosce molti, tra cui Piet Mondrian. Ad agosto del 1941 decide di modificare l’atteggiamento nei confronti del mondo dell’arte e si reca nella prestigiosa galleria di Karl Nierendorf per chiedere una personale, che il gallerista organizzerà, con un impatto favorevole sulla critica. Il figlio Mike parte per la guerra. Nel 1942 inaugura una seconda personale presso la stessa galleria Nierendorf: le sue opere sono ora il risultato di assemblaggi che anticipano il lavoro degli anni seguenti e sempre più spesso compare il nero come unico colore dominante. Nel gennaio del 1943 partecipa alla mostra Thirty-One-Woman presso Art of This Century, la galleria di Peggy Guggenheim. Il suo equilibrio emotivo muta grazie al miglioramento del rapporto con il figlio e alla sua relazione con l’artista Ralph Rosenborg, durata più di cinque anni. Matura così in lei una nuova coscienza del lavoro e dell’importanza dell’esposizione delle proprie opere. Ma il suo lavoro è letto ancora come una deriva surrealista. La critica sarà invece positiva nei suoi confronti nel 1946, grazie all’opera Young Bird, inclusa nell’annuale esposizione del Whitney Museum of American Art di New York. A partire dal 1947 Louise studia le nuove tecniche di stampa presso Atelier 17 di Stanley William Hayter. Dopo la guerra molti artisti rientrano in Europa. Nevelson frequenta assiduamente i colleghi dell’espressionismo astratto, tra cui Rothko, ma è esclusa dalle loro mostre. Parte per il Messico dove ritrova Rivera e rimane affascinata dall’arte precolombiana. Negli anni ’50, accettata come membro della Federation of Modern Painters and Sculptors, è oramai nota come Lady Lou. Giungono i primi riconoscimenti pubblici e nel 1952 è accolta alla National Association of Women Artists. Le sue opere cominciano ad avere un mercato, sono anni di intenso lavoro, durante i quali la critica la sostiene, e nel 1958 Life le dedica un servizio. Nel 1959 il Museum of Modern Art di New York acquista una sua opera e altre entrano nelle collezioni del Whitney Museum e del Brooklyn Museum di New York, dell’Alabama’s Birmingham Museum, del Museum of Fine Arts di Huston e del Fansworth Museum di Rockland. Jean Arp vede l’opera del MoMA e le dedica un poema. Negli anni ’60 Nevelson meraviglia il mondo dell’arte con grandi sculture monocrome bianche, nere e oro, esponendole nella personale Royal Tide alla Martha Jackson Gallery e alla Biennale di Venezia del 1962. In seguito la sua arte approda da Cordier a Parigi, alla Kunsthalle di Baden-Bden in Germania e al Whitney Museum. Si interessa a inedite esperienze professionali e i suoi lavori raggiungono dimensioni sempre maggiori, in sintonia con le grandi opere dell’Espressionismo Astratto. In questi anni è più che mai attiva: amplia il suo studio e la presenza di assistenti le permette di lavorare molte ore al giorno e di riprendere l’attività grafica, rispondendo alle richieste di un mercato ormai internazionale. Numerose sue personali sono ospitate in musei pubblici e gallerie private. In Italia – dopo aver esposto nel 1970 alla galleria Iolas-Galatea di Roma – inaugura nel 1973 una mostra di ottanta lavori eseguiti tra il 1955 e il 1972 presso lo Studio Marconi di Milano, con cui inizia un felice e duraturo rapporto; nel 1976 partecipa nuovamente alla Biennale di Venezia. Anche la critica la osanna come la più grande scultrice vivente. Nevelson cura molto la sua immagine, dai toni sempre eccessivi, tra il drammatico e il fatale, con foulard e ciglia finte e vestiti ricercati, quasi lei stessa fosse una creazione artistica. Negli ultimi anni della sua vita – ancora prolifica e attiva – le diagnosticano un cancro polmonare. Le cure la violentano e la indeboliscono; nel febbraio 1988 smette di parlare e il 17 aprile muore nella sua casa newyorkese. Il mondo dell’arte le tributa i massimi onori, mai prima riservati ad un’artista donna.

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